IL CARRUBO GIGANTE

( testo tratto da “ Il Carrubo è l’uomo”/ Approfondimenti/ Edizioni abulafia, 2022 )

Durante la seconda guerra mondiale, nell’estate del ’43 anche il territorio ibleo fu soggetto a bombardamenti aerei a seguito dei quali la popolazione dei centri abitati cercò rifugio nelle campagne. Emblematica la testimonianza di Carmela Occhipinti ( Vittoria 1931) riportata dal figlio Sandro Privitera.

Nell’estate del 1943 la famiglia di mia madre fu sfollata da Vitttoria nella campagna sita tra la contrada Alcerito e Acate per evitare i bombardamenti e le incursioni dell’aviazione alleata. Ho più volte ascoltato da mia madre l’episodio del carrubo gigante, un albero dal tronco cavo che diventò per lei un prezioso nascondiglio durante i bombardamenti alleati. Con l’avvicinarsi del rombo degli aerei nemici, le donne della casa ( erano quasi tutte donne perché gli uomini erano tutti in guerra, con loro c’erano solo i vecchi nonno e gli zii) incominciavano a correre per trovare rifugio all’interno di un carrubo gigante per scomparire all’interno del suo enorme tronco. Nel ricordo di mia madre questo patriarca arboreo offriva rifugio a lei con la madre, alle zie tra cui una cieca, le cuginette, in totale circa una quindicina di persone. All’interno dell’albero l’atmosfera non era di paura, le bombe si sentivano cadere lontane, e il loro fragore era scandito dai racconti delle zie, che con fiabe e storie vere del passato della famiglia facevano scorrere il tempo alla luce fioca di una piccola candela. Mia madre lasciò Vittoria qualche anno dopo per andare a Catania. Ricordo che, anni dopo, quando andammo a cercare il gigante arboreo che aveva protetto mia madre e la sua famiglia, il paesaggio descritto da mia madre e i luoghi della sua giovinezza erano totalmente cambiati. Purtroppo negli anni settanta, con la modernizzazione dell’attività agricola e l’avvento della serricoltura ( che portò tanta ricchezza e benessere nel comprensorio agricolo vittoriese) centinaia di alberi di carrubo, mandorlo, ulivo, furono abbattuti ed estirpati per fare posto alle ordinate geometrie delle serre. La delusione fu grande per noi, perché avevamo desiderato conoscere quel gigante verde e immaginato di poter sgaiattolare dentro il suo caldo tronco, per ascoltare rannicchiati come al tempo della guerra i suoi racconti e i tanti ricordi. Al ritorno in paese, mia madre stessa chiese ai parenti sperando che la sua lunga lontananza dai luoghi dell’infanzia non gli avesse permesso di ricordare esattamente il luogo dove si apriva la folta chioma verde scuro del carrubo gigante, ma quest’ultima speranza svanì inesorabilmente quando i cugini ci dissero che tutto era stato distrutto perché con il pomodoro, le melanzane e i peperoni si diventava ricchi e con le carrube no… mi ricordo l’amarezza di mia madre e di riflesso la tristezza che ci colse tutti per questa immensa perdita…con le carrube si era anche sfamata da ragazzina ricordandoci che al tempo di carrube si mangiavano carrube, con le quali si faceva anche la farina, che al tempo di fichi si mangiavano fichi, che al tempo di fichi d’india si mangiavano fichi d’india e che grazie a questo molte famiglie erano riuscite a sopravvivere agli stenti della guerra.

 

 

Il Grande Carrubo